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Aldo Montano e il ricovero d'urgenza per shock anafilattico: "Sono stato fortunato"

(Adnkronos) - Aldo Montano ha raccontato di aver rischiato la vita per uno shock anafilattico. Lo ha raccontato oggi l'ex schermidore olimpico ospite a Verissimo, ma l'episodio risale allo scorso 4 luglio, quando sui social aveva raccontato di essere stato ricoverato d'urgenza al pronto soccorso a causa di una allergia alimentare. Montano è allergico sin dalla nascita alla caseina e dopo aver cenato in un ristorante romano, si è ritrovato "a lottare per la vita". 

"Nella mia vita ho avuti 4-5 shock anafilattici. Può capitare soprattutto per lo stile di vita, io viaggio tanto sono spesso fuori casa. E devo mangiare nei ristoranti, l’attenzione in generale c’è sempre ma qualcuno che ne ha di meno", ha detto riferendosi al ristorante in cui ha cenato quella sera di luglio. Montano ha raccontato di aver avvertito della sua allergia, come "faccio sempre", i camerieri: "Non hanno preso in considerazione il reale problema. Ma parliamo di allergia, non di intolleranza, se non viene presa velocemente non ha ritorno, finisce molto male". Il campione ha raccontato di essersi assicurato che il piatto fosse senza formaggio: "Me lo hanno garantito. Ma così non era. Per fortuna ero in centro a Roma, a quattro minuti di motorino dall'Ospedale Santo Spirito". Montano ha ammesso di essere stato "fortunato" grazie anche alla tempestività dei medici: "In questi si va di adrenalina e cortisone, e fortunatamente non ti lascia strascichi. Quando passa, passa davvero. Lo spavento è tanto, non hai nemmeno il tempo di pensare. Sono arrivato in condizioni bruttine e sono riusciti a tamponare prima del peggio". 

Silvia Toffanin ha fatto notare, nel corso dell'intervista, che Federica Pellegrini, si è risentita per una dichiarazione rilasciata da Montano, nel quale l'ex schermidore aveva risposto con il nome dell'ex campionessa di nuoto alla domanda su chi fosse l'atlelta più antipatico conosciuto in carriera. "Non volevo fare polemica. È vero, lei tirava dritto e non salutava, ma forse era un gesto dettato dalla sua timidezza. Lei se lo è legata al dito ma la vita va avanti", ha concluso l'ex schermidore mettendo un punto alla polemica con un sorriso.  

24 ott 2026

Torino, tensioni e scontri al corteo: lancio di oggetti e cariche della polizia

(Adnkronos) - Momenti di tensione al corteo contro il riarmo a Torino oggi, sabato 24 ottobre. I manifestanti da piazza Castello hanno cercato di avanzare verso via Po presidiata da uno schieramento di forze dell’ordine. Ignorando l’invito della polizia di procedere per i Giardini Reali hanno continuato ad avanzare a più riprese fino quando le forze dell’ordine li hanno allontanati con alcune leggere cariche di alleggerimento. 

In Piazzetta Reale i manifestanti hanno tentato prima di procedere verso via Pietro Micca e poi verso via Garibaldi, incontrando sempre blocchi di reparti schierati. Alcuni manifestanti hanno quindi raggiunto il sagrato del Duomo nel tentativo di aggirare i blocchi e inoltrarsi verso il centro città interamente presidiato, ma sono stati allontanati con cariche di alleggerimento dalle forze dell’ordine contro le quali è partito un lancio di oggetti, tra cui bottiglie di vetro, pietre e bastoni. 

Dopo alcuni tentativi di forzare i blocchi delle forze dell’ordine, il corteo si è incamminato verso i Giardini Reali, verso la periferia nord del capoluogo piemontese. 

Dopo una mezz’ora di calma, nuovi scontri nel quartiere Aurora, quando il corteo ha imboccato lungo Dora Savona. I manifestanti hanno, infatti, tentato di forzare il blocco dei reparti schierati a un centinaio di metri da corso XI Febbraio: in risposta, una nuova carica di alleggerimento. Contro le forze dell’ordine sono state nuovamente lanciate bottiglie e pietre mentre è stato fatto esplodere anche qualche petardo. 

24 ott 2026

Lavoro, Naddeo (Aran): "Pubblico può essere un esempio per il privato"

24 ott 2026

Lavoro, ex ministro Catalfo: "Indispensabile soglia salariale minima inderogabile"

24 ott 2026

Lavoro, Prudenzano (Confintesa): "Premiare i contratti che pagano meglio"

(Adnkronos) - “Attualmente la legge prevede una premialità per i contratti collettivi dei sindacati leader e dovrebbe invece prevedere una premialità per i contratti collettivi che pagano meglio, che non sono esattamente la stessa cosa”. A dirlo Francesco Prudenzano, segretario generale di Confintesa, oggi alla IX Consulta Confederale di Confintesa dal titolo 'Il lavoro che genera. Persone, imprese e comunità nell’Italia che verrà', svoltasi presso l’Auditorium dell’Ara Pacis a Roma. L’appuntamento ha ospitato il convegno 'Vivere del proprio lavoro. Salario, dignità e la promessa dell’articolo 36'. 

“Dalla mappatura dei contratti che abbiamo effettuato attraverso il nostro Centro studi è emerso che la regola assoluta secondo cui i contratti di riferimento siano i più pagati di tutti non è vera. Lo è nella gran parte dei casi, ma in molti casi i contratti collettivi nazionali dei sindacati leader hanno dei punti di caduta o sono equivalenti ad altri contratti collettivi con la stessa dignità - prosegue Prudenzano - Da qui chiediamo che ci sia una certificazione ufficiale dei contratti in campo neutro, non fatta dalle parti ma riferita a una legge”. 

“La cosa più evidente è sul contratto della vigilanza privata. Il nostro contratto sottoscritto per la vigilanza privata paga l’11-12% in più di paga base rispetto al contratto leader di riferimento, ma non ha, per gli imprenditori che vogliono applicarlo, gli stessi vantaggi fiscali del contratto leader”. “La nostra richiesta alla politica è che i contratti migliori dal punto di vista del welfare, della retribuzione base e dei vari vantaggi per i lavoratori e per la produzione siano quelli premiati dalla fiscalità e dalle esenzioni. Non lasciare la contrattualistica in mano alle parti ma, almeno per quanto riguarda il valore del contratto, guardare cosa c’è scritto dentro e non chi lo firma”, conclude Prudenzano. 

24 ott 2026

Alvaro Morata, la dedica di Alice Campello per il compleanno: "Orgogliosa del papà che sei"

24 ott 2026

Claudia Galanti, la figlia morta a nove mesi: "Ero in vacanza, per tornare mi legarono in aereo"

(Adnkronos) - "È un dolore che non passerà mai, ho imparato a conviverci. Lo vivo ogni giorno, con alti e bassi. Si va avanti, ma è molto difficile". Così Claudia Galanti, ospite oggi a Verissimo, ha parlato del suo profondo dolore provocato dalla morte della sua bambina, Indila, scomparsa nel 2014 a soli nove mesi dalla sua nascita.  

In un secondo la sua vita è stata stravolta. Era il primo dicembre quando Galanti si trovava in aeroporto, al ritorno da un viaggio con le sue amiche alle Seychelles. La showgirl ha raccontato nel salotto di Silvia Toffanin, che i suoi tre figli erano rimasti a Parigi con il compagno e padre Arnaud Mimran, con cui al momento della scomparsa della figlia non aveva una relazione.  

Galanti ha saputo della morte della figlia da una chiamata. "Mi hanno detto 'tua figlia è morta, devi arrivare presto'. Non volevo crederci, poi ho passato il telefono alla mia amica e quando l’ho vista svenire ho capito che mi stavano dicendo la verità. Non ho più mantenuto la calma, ero impazzita", ha raccontato la modella che rischiava di non poter partire. "Mi hanno imbarcato per un volo diretto per Parigi ma sono stata legata alla sedia". La modella ha ricordato quel viaggio come un vero incubo: "Non riuscivo a controllarmi, da lì è cominciato il dramma. È stato molto duro per diversi anni".  

La causa della morte della figlia è stata svelata dopo un esame del sangue, perché dall'autopsia non c’era alcun trauma cranico. "Indila aveva un batterio dal sangue che purtroppo è identificabile solo attraverso la febbre. La bimba non ce l'aveva e quindi non avevamo capito che stesse male". Un dramma senza fine perché dopo un mese dalla morte il compagno Arnaud Mimran è stato arrestato.  

Tutto questo dolore l'ha spinta a entrare nel tunnel della dipendenza: "Mi sono rifugiata nell’alcool. Calmavo la mia testa e il mio dolore con il vino. Mi addormentavo con la bottiglia di vino, era il mio unico modo per calmarmi. Poi mi sono resa conto che stavo esagerando". Da quel momento si è affidata a un esperto e ha scoperto di avere uno shock post traumatico per il quale ha iniziato a seguire una terapia "che piano piano ha curato ogni male".  

24 ott 2026

Manovra, Abodi: ''Da incontri tecnici con Mef no sforbiciate su sport''

24 ott 2026

Tumore vescica, nuova combinazione terapeutica riduce del 42% rischio morte

(Adnkronos) - I risultati positivi dello studio di fase 3 'Volga' "hanno dimostrato che il trattamento perioperatorio con durvalumab in combinazione con enfortumab vedotin (Ev) neoadiuvante ha evidenziato miglioramenti statisticamente significativi e clinicamente rilevanti dell'endpoint primario di sopravvivenza libera da eventi (Efs) e dell'endpoint secondario chiave di sopravvivenza globale (Os) nei pazienti con carcinoma della vescica muscolo-invasivo (Mibc) resecabile rispetto allo standard di cura. I pazienti non erano idonei alla chemioterapia a base di cisplatino o l'avevano rifiutata. I pazienti nel braccio di confronto sono stati sottoposti a cistectomia radicale (intervento chirurgico per rimuovere la vescica) con o senza trattamento adiuvante approvato". Questi risultati saranno presentati oggi in una sessione 'proffered paper' durante il presidential symposium I al congresso 2026 della European Society for Medical Oncology (Esmo) a Madrid. Sono stati inoltre pubblicati simultaneamente nel 'The New England Journal of Medicine'. 

"All’analisi intermedia pianificata - informa una nota - il trattamento perioperatorio con durvalumab associato a Ev neoadiuvante ha dimostrato una riduzione del 49% del rischio di progressione di malattia, recidiva, mancata esecuzione dell’intervento chirurgico o decesso rispetto al braccio di confronto (rapporto di rischio [HR] per Efs pari a 0,51; intervallo di confidenza [IC] al 95% 0,38-0,67; p<0,0001). La Efs mediana stimata non era ancora stata raggiunta per la combinazione con durvalumab, rispetto a 12,1 mesi del braccio di confronto. Il 64% dei pazienti trattati con la combinazione con durvalumab era vivo e libero da eventi a due anni, rispetto al 45% del braccio di confronto". 

"I risultati relativi all’endpoint secondario chiave di sopravvivenza globale (Os) hanno mostrato che la combinazione con durvalumab ha ridotto il rischio di morte del 42% rispetto al braccio di confronto. La sopravvivenza globale mediana stimata non è stata ancora raggiunta né per la combinazione con durvalumab né per il braccio di confronto. Il 78% dei pazienti trattati con la combinazione con durvalumab era vivo a due anni, rispetto al 69% nel braccio di confronto", prosegue la nota.  

 

"Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 31mila nuovi casi di tumori della vescica – afferma Emiliano Tamburini, direttore del Dipartimento di Oncologia e cure palliative e dell'Unità operativa complessa di Oncologia all'ospedale Cardinale Panico di Tricase -. Circa un quarto dei pazienti presenta il tipo muscolo-invasivo, che può estendersi localmente fino a invadere gli strati muscolari e l’intera parete vescicale. Questi pazienti necessitano di un intervento chirurgico di asportazione della vescica, che ha un forte impatto sulla loro vita. Ciononostante, in circa la metà dei casi il tumore si ripresenta".  

"Va evidenziato che i pazienti non eleggibili alla chemioterapia a base di cisplatino, per decenni, hanno avuto a disposizione opzioni terapeutiche limitate – continua Tamburini -. Il nuovo regime terapeutico perioperatorio a base di durvalumab in combinazione con enfortumab vedotin prima dell’intervento chirurgico ha ridotto il rischio di morte del 42%, con un profilo di sicurezza gestibile. Questi risultati, destinati a cambiare la pratica clinica, sostengono questo approccio come un potenziale nuovo standard terapeutico incentrato sul paziente in questo setting". 

"I risultati dello studio Volga – spiega Rossana Berardi, presidente eletto Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), ordinario di Oncologia all’università Politecnica delle Marche e direttrice della Clinica oncologica dell’Azienda ospedaliero universitaria delle Marche – aprono nuove prospettive nel trattamento del carcinoma della vescica muscolo-invasivo: a due anni, oltre tre quarti dei pazienti trattati con durvalumab in fase perioperatoria ed enfortumab vedotin sono vivi, con il mantenimento della qualità di vita. Un progresso importante in un percorso terapeutico che ha come obiettivo la guarigione".  

 

"All’innovazione terapeutica deve accompagnarsi una maggiore attenzione alle differenze di genere – continua Berardi –. Il tumore della vescica è emblematico: colpisce più frequentemente gli uomini, ma nelle donne viene spesso diagnosticato in uno stadio più avanzato, con una prognosi meno favorevole. La minore frequenza nel sesso femminile non deve tradursi in una minore attenzione ai sintomi. Il sangue nelle urine, infatti, può essere attribuito a una cistite o confuso con un sanguinamento ginecologico, ritardando gli approfondimenti. È invece un segnale che merita sempre una valutazione medica, anche quando si presenta occasionalmente e senza dolore. Fare oncologia di genere significa riconoscere le differenze biologiche e quelle nei percorsi assistenziali, affinché donne e uomini abbiano le stesse opportunità di diagnosi tempestiva e di cura". 

"La prevenzione deve avere un ruolo altrettanto centrale – conclude Berardi –. Il fumo è il principale fattore di rischio modificabile per il tumore della vescica: le sostanze cancerogene del tabacco raggiungono anche le urine, esponendo direttamente i tessuti della vescica alla loro azione. Non iniziare a fumare, sostenere chi vuole smettere e ridurre l’esposizione a sostanze cancerogene negli ambienti di lavoro sono azioni concrete su cui investire. Questo messaggio deve raggiungere con la stessa forza uomini e donne. Il progresso in oncologia si misura anche nella capacità di prevenire la malattia, riconoscerla in tempo e garantire a ogni persona l’accesso alle cure più appropriate". Il tumore della vescica è l’ottavo tumore più diffuso al mondo, con oltre 635.000 casi diagnosticati ogni anno. Il tipo più comune è il carcinoma uroteliale, che ha origine nelle cellule uroteliali delle vie urinarie. Circa un paziente su quattro affetto da tumore della vescica presenta una forma muscolo-invasiva, in cui il tumore invade la parete muscolare della vescica, senza metastasi a distanza. 

24 ott 2026

Energia, Lucaselli (Fdi): "Sfida più grande, da governo 15 decreti da maggio a oggi"

24 ott 2026

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